In questi giorni, come persona e come psicoterapeuta, sto vivendo il lutto: il lutto per la perdita della mia migliore amica, in Venezuela.
Ci sono esperienze che, anche quando si è psicologi o psicoterapeuti, non possono essere solo pensate: devono essere vissute. Il lutto è una di queste.
Scrivere del lutto da professionista e, insieme, da persona che lo attraversa, significa abitare una soglia delicata. Da un lato il sapere teorico, dall'altro il corpo e la psiche che sentono, si spezzano, resistono. Il lutto non è un concetto: è un'esperienza radicale, un attraversamento.
Siamo spesso portati, anche culturalmente, a "superare" il lutto, a lasciarcelo alle spalle. Ma il lutto non si supera. Il lutto si attraversa, si lavora, si integra. È un processo, non un ostacolo da aggirare.
Il dolore del lutto è necessario. Non è un errore da correggere né un sintomo da eliminare. È una risposta umana, profonda, inevitabile alla perdita. E la perdita non riguarda solo la morte. Si può vivere un lutto per una separazione, un divorzio, un tradimento, una delusione profonda. Anche la scoperta di un tradimento – nel suo senso etimologico di tradere, cioè trasmettere, consegnare – può infrangere un'immagine, un legame, una narrazione di sé e dell'altro. E ciò che si rompe va pianto.
Il lutto, in questa prospettiva, è un rito di passaggio. Non sempre riconosciuto socialmente, ma psichicamente imprescindibile. È un lavoro che chiede tempo, che non segue una linearità rigida.
Nel lavoro clinico, e anche nell'esperienza personale, diventa fondamentale poter sostare in questo dolore senza affrettarne la chiusura. Il rischio, oggi, è quello di anestetizzare: distrarsi, riempire, bypassare. Ma ciò che non viene vissuto, ritorna. Il lutto non elaborato si incista, prende altre forme, si manifesta altrove.
Dal punto di vista sistemico-relazionale, il lutto non è mai solo individuale. È inscritto nelle relazioni, nei legami, nelle storie familiari. Quando perdiamo qualcuno o qualcosa, perdiamo anche una parte di noi che esisteva in relazione a quella presenza. Il lavoro del lutto è allora anche un lavoro di ridefinizione: chi sono io ora, senza questo legame così come era?
Questo è ancora più evidente nelle esperienze migratorie. Chi migra attraversa molteplici lutti: la perdita della terra, della lingua, delle abitudini, dei riferimenti simbolici. È quella che è stata definita come una "doppia assenza": non completamente qui, non più completamente lì. Eppure, oggi, con i social network e le connessioni continue, questa doppia assenza può trasformarsi anche in una "doppia presenza": si è altrove, ma si resta anche in contatto, sospesi tra due mondi.
Anche noi, come terapeuti, siamo chiamati a confrontarci con questi processi. Non possiamo accompagnare davvero qualcuno nel lutto se non abbiamo, in qualche modo, accettato di attraversare il nostro.
Il pianto, in questo senso, non è debolezza. È un atto psichico fondamentale. È il segno che qualcosa sta accadendo, che un legame è stato significativo.
Elaborare il lutto significa, nel tempo, poter portare con sé ciò che è stato, senza esserne schiacciati. Non dimenticare, ma ricordare in modo diverso. Non cancellare, ma integrare.
Il lutto, allora, non è solo perdita. È anche, paradossalmente, una possibilità di trasformazione. Un lavoro difficile, necessario, profondamente umano.
Scritto da Dott.ssa Maria Luisa Mazzetta
Psicoterapeuta