Tra diritto alla salute e accesso alla cura: ciò che non sempre si vede

Tra diritto alla salute e accesso alla cura: ciò che non sempre si vede

In questi anni, come psicoterapeuta e lavorando sempre più spesso in contesti multiculturali, mi sono trovata davanti a una domanda che, all'inizio, sembrava semplice.

Chi ha diritto alla salute oggi in Italia?

La risposta, sul piano normativo, è chiara. Ma nel lavoro clinico quotidiano, quella stessa risposta inizia a incrinarsi. Perché accanto al diritto esiste un altro piano: la possibilità reale di accedere alla cura.

Il sistema sanitario italiano si fonda su un principio forte: la salute è un diritto fondamentale dell'individuo. Strumenti come il codice STP e ENI garantiscono formalmente accesso anche in condizioni di fragilità amministrativa.

Tuttavia, nella pratica, qualcosa non torna.

Nel lavoro clinico capita spesso di incontrare persone che arrivano tardi, utilizzano il pronto soccorso o interrompono i percorsi di cura. Questi comportamenti vengono letti come mancata adesione, ma spesso sono segnali di un sistema che non riesce a intercettare il bisogno.

Tra diritto e accesso esiste uno spazio di esclusione spesso invisibile.

Le barriere sono molteplici: burocratiche, linguistiche, culturali, economiche e relazionali. A queste si aggiungono storie di migrazione, trauma, perdita e instabilità.

Da una prospettiva etnopsichiatrica, la sofferenza non è mai solo biologica: è intrecciata alla storia e ai significati culturali della cura.

La vulnerabilità non è una caratteristica della persona, ma una posizione nel sistema. E la domanda cambia: non perché non aderisce, ma cosa rende difficile l'accesso.

La mediazione culturale diventa fondamentale: costruire significati, creare ponti, rendere possibile la relazione terapeutica.

Il lavoro di rete è centrale: sanità, servizi sociali, terzo settore. La cura è sempre una costruzione collettiva.

Il diritto alla salute esiste. La sfida è renderlo accessibile.

Il problema non è se il diritto esiste. Il problema è se è davvero accessibile.

Scritto da Dott.ssa Maria Luisa Mazzetta
Psicoterapeuta – Etnopsichiatria- Antropologa in formazione

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