conflittualità familiare

Conflittualità Familiare

I conflitti esistono in tutte le sfere della nostra esistenza, in ambito familiare, in quello lavorativo, nelle relazioni che stabiliamo con i nostri amici, nella nostra vita pubblica, tra i gruppi e le comunità alle quali apparteniamo, ecc.

Il conflitto è luce ed ombra, pericolo ed opportunità, stabilità e cambiamento, forza e debolezza, la spinta per avanzare e l’ostacolo che vi si oppone. Tutti i conflitti possiedono il seme della creazione e della distruzione. (Sun Tzu: “L’arte della guerra”, 480-211 a.c.).

Il conflitto deriva da “confligere” che significa cozzare insieme, combattere. Quindi il conflitto porta all’idea della lotta e in maniera più estesa alla guerra. In tal senso l’idea di conflitto si è legata ad una concezione distruttiva dello stesso e quindi negativa; ma il conflitto fa parte della vita, come la violenza e la lotta.

Il conflitto, non è né un bene né un male, c’è semplicemente; e noi dobbiamo imparare a “trasformarlo” sia nella relazione tra parti in conflitto sia sopratutto con noi stessi. Quindi il conflitto è nell’individuo e nella relazione: ne fa parte.

In uno dei suoi significati etimologici la crisi è descritta come qualcosa che presuppone ad una scelta, ad una decisione. Quindi come la crisi rappresenta un’opportunità, così anche il conflitto deve creare opportunità utilizzando le trasformazioni in senso evolutivo.

I conflitti invece sono vissuti come qualcosa di fastidioso, minaccioso, distruttivo, doloroso. La maggior parte delle persone tenta di evitarli; quando non è possibile spesso scatena una lotta per il potere, che s’inasprisce e si cronicizza consolidandone le concezioni negative.

In molte occasioni affrontiamo le situazioni di conflitto in modo sbagliato, questo è dovuto al fatto che non comprendiamo correttamente quello che ci accadde ed i risultati di detti confronti errati non sono positivi, arrivando anche ad una escalation del conflitto. Come dice Jean Paul Lederach, difficilmente possiamo risolvere un conflitto se non riusciamo a capirlo.

Circoscrivendo al campo dei sistemi umani, si può affermare che si ha un conflitto quando su un individuo agiscono contemporaneamente due forze psichiche di simile intensità ed opposta direzione. (Loriedo, Picardi, 2000)

Esistono famiglie, chiamate famiglie limitate, in cui si verifica una inibizione dell’espressione emotiva e il sistematico evitamento del disaccordo. Per esempio, le famiglie con un componente psicotico sono caratterizzate dalla tendenza a nascondere i conflitti, evitare in modo esasperato ogni disaccordo e cercare di mantenere un’apparente unità ed armonia. La coppia genitoriale vive una simmetria mascherata da un cumulo di manovre, talmente complesse e confondenti, da farli apparire affezionati e pieni di riguardi gli uni agli altri. Dietro a questa facciata, è nascosta l’hybris simmetrica, la presunzione condivisa da ciascun membro di poter, un giorno o l’altro, conquistare il controllo unilaterale nella definizione della relazione. (Selvini,  Boscolo, Cecchin, Prata, 1975)

Questo fenomeno è stato chiamato da Wynne pseudomutualità, in queste famiglie nessuna alleanza è davvero reale, i conflitti e le reazioni di ostilità non sono autentiche.

Non tutte le conseguenze dei conflitti sono distruttive. Nei conflitti costruttivi, le relazioni migliorano come conseguenza del confronto delle differenze esitenti. Come risultato si ottiene che le parti espongono i loro punti di vista ed i loro bisogni di base, si rende possibile trovare soluzioni che protino benefici ad entrambi le parti. Questo miglioramento può essere dovuto a un risultato immediato o al miglioramento delle relazioni a lungo termine, migliorando la comunicazione tra le parti; ad esempio, i conflitti tra marito e moglie possono portare alla costruzione di una relazione ogni giorno più forte o al contrario portare ad un deterioramento irreversibile.

L’obiettivo del lavoro terapeutico ed il leif motiv, non è quello di eliminare il conflitto, bensì di imparare a gestirlo in modo tale da controllare gli elementi distruttivi e dare il via libera a quelli produttivi.

La psicologa francese Isabelle Filliozat: «Nel conflitto l’altro mi obbliga a considerarlo, mi invita a vedere un altro punto di vista che non sia il mio, amplia il mio campo di comprensione del mondo. La felicità non dipende dalle circostanze piacevoli o spiacevoli, ma dal nostro atteggiamento di fronte a queste circostanze».

 

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